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sabato 3 maggio 2014
GENIERE TAGLIAFILI 2
NUOVO SOGGETTO, SECONDO GENIERE CON ATTREZZATURA COMPLETA..
Interagente col primo soggetto, questo geniere indossa un elmetto di diversa fattura dal primo e stivaloni in gomma. Sulla base, incluso nel kit uno scudo Masera con leva di supporto, utilizzabile anche per altri progetti. Lo scudo Masera era spalleggiabile. Liberamente ispirato ad una tavola di Pietro Compagni, tratta a sua volta da una famosa fotografia d’epoca. Presto una base dedicata per ospitare i due soggetti insieme.
La resina è priva di bolle e di materozze; l’asta del tagliafili, è già tagliata di misura.
(pittura di A.Terzolo)
L’ultimo soggetto della Milit Model è un geniere tagliafili delle cosiddette “compagnie della morte” per via dell’alto rischio al quale si esponevano questi eroici soldati. La grande guerra infatti, essenzialmente…..(prosegue nell’ articolo qui a fianco)
venerdì 2 maggio 2014
LENTI PER MASCHERA ANTIGAS
Quando mi trovo di fronte ad una struttura cava, tipo le lenti della maschera antigas della monaca ma anche di fanali o simili uso questo sistema per riprodurre l’effetto vetro/lente. Si tratta di un accorgimento interessante, d’effetto e rende molto bene nelle foto.
Usate una colla di quelle che impiegano 3/5 minuti per indurire. Mescolate accuratemente e con lentezza evitando la formazione di bolle che altrimenti restano intrappolate. Aspettate l’inizio della catalizzazione e colatelo nella cavità appunto con l’aiuto di uno stecchino, mantenendo il figurino in orizzontale fino a totale indurimento,. Magari fate un occhio per volta come ho fatto io. Buon lavoro.
Tutto sta nel colare della colla bi-componente con l’aiuto di uno stecchino come si vede nella foto. E’ un lavoro da fare alla fine, quando il figurino è già dipinto completamente e già imbasettato. Se avete intenzione di utilizzare delle polveri o dei gessetti per l’invecchiamento fatelo prima di questa operazione, rischiereste di compromettere la lucentezza della colla. Io dipingo il fondo della cavità in marrone scuro ma potete usare anche un fondo bruno rossiccio o anche nero. Magari fate prima delle prove su un vecchio modello. Per aumentare il realismo dipingo il bordo interno con dell’argento/metallo puro.
FIASCHI E BOTTIGLIE
Dettagli in resina per i vostri modelli. Italianissimi fiaschetti e immancabili bottiglie da unire alla popolare damigiana.
UN POSTO AL SOLE II°
La novità del mese di settembre fresca fresca per Novegro è questo coloniale della guerra d’Abissinia sul finire del 19° secolo, ed ho intitolato la scenetta “un posto al sole” definizione comunemente riferita agli imperi europei coloniali. La maggioranza delle potenze europee lottarono infatti per ottenere il loro posto al sole attraverso un’intensa attività di spedizioni e colonizzazione dei continenti, principalmenteAfrica e Asia. Ispirato dopo aver letto il libro di Lucarelli “l’ottava vibrazione” romanzo ambientato sullo sfondo della disfatta di Adua, il modello nacque inizialmente come pezzo unico.
Il karkadè
Karkadè o the rosso d’Abissinia era di gran moda in quegli anni anche qui in Italia, annoverato fra i prodotti coloniali. Può essere consumato caldo (dal vago sapore agre) o freddo, per le forti capacità astringenti che aiutano a combattere la disidratazione e la sete. La teiera apposita, in due recipienti impilabili permette l’infusione delle foglioline con l’acqua calda (sopra) e la conservazione di ulteriore acqua calda (sotto) per allungarlo a piacimento.
Migliorato nella scultura mantiene però l’idea di fondo; quella del sottufficiale in sovrappeso imboscato nelle retrovie a bere karkadè, o perlomeno intento a ritagliarsi il Proprio posto al sole. Il tentativo è quello di ricreare un piccolo bar improvvisato per servire gli inaspettati ospiti-occupanti. Base con assi di legno e scalino, nella scatola troverete anche tavolino, teiera, tazza e la porzione di una tenda per ripararsi dal sole. (bacchetta non inclusa, consiglio di farne una solidale alla base con del filo animato da un millimetro).
Il karkadè
Karkadè o the rosso d’Abissinia era di gran moda in quegli anni anche qui in Italia, annoverato fra i prodotti coloniali. Può essere consumato caldo (dal vago sapore agre) o freddo, per le forti capacità astringenti che aiutano a combattere la disidratazione e la sete. La teiera apposita, in due recipienti impilabili permette l’infusione delle foglioline con l’acqua calda (sopra) e la conservazione di ulteriore acqua calda (sotto) per allungarlo a piacimento.
GABBIONE
La novità di Giugno 2010 Milit Model. Si tratta di un gabbione per trincea, fatto con rami intrecciati caratteristico di tutti i fronti della Grande Guerra ma plausibile anche per soggetti Napolonici e Guerra di Crimea ma anche della guerra civile americana per esempio. In resina.
CREST PER BASETTE
Un crest per le vostre basette ricavato da un originale di croce al merito di guerra del regno. Altissimo dettaglio, qui dipinta solo con una bomboletta spray, in resina.
FLAMMIERE
Dapprima utilizzati dagli Austriaci contro le truppe Italiane gli apparecchi “lancia fiamme” vennero presto adottati anche dal nostro stato maggiore. In un primo tempo utilizzando materiale di fornitura estera poi producendone di nazionali su licenza. L’apparecchio qui riprodotto col figurino è il modello “apparato italiano” a getto intermittente. Nel 1916 il primo reparto venne inviato al fronte, composto da personale del genio. Nel 1918 il Comando Supremo decise l’assegnazione di una compagnia di lanciafiamme, ormai diventata specialità, per ogni reggimento di Fanteria , Bersaglieri e Granatieri e per ogni battaglione di Alpini. Mentre gli Arditi già dal 1917 ne avevano una sezione per ogni compagnia. Non è difficile immaginare cosa potesse significare essere flammiere di quei tempi, muovendosi con della benzina sulle spalle dove volano pallottole e schegge ed essere il bersaglio preferito dei cecchini. I prigionieri catturati che indossavano il fregio di specialità venivano subito passati per le armi.
BASE CON PROIETTORI LIVENS
Nella Guerra dei Gas i Livens Projectors venivano utilizzati per il lancio di bombe a carica venefica.
Si trattava fondamentalmente di tubi interrati, collegati ad un accenditore elettrico che dava l’impulso per lo scoppio. Se il terreno era fangoso o comunque smosso per l’interramento conl’esplosione i tubi tendevano ad autosotterrarsi da soli. Vi sono molte fotografie che li ritraggono carichi pronti all’uso con una piccola spartana copertura, un pezzo di cerata trattenuto da uno spago. In altre foto del dopo esplosione se ne vedono alcuni con ancora il proietto inserito, indicazione della relativa affidabilità dell’arma, forse dovuta all’instabilità dell’accenditore elettrico.
Si trattava fondamentalmente di tubi interrati, collegati ad un accenditore elettrico che dava l’impulso per lo scoppio. Se il terreno era fangoso o comunque smosso per l’interramento conl’esplosione i tubi tendevano ad autosotterrarsi da soli. Vi sono molte fotografie che li ritraggono carichi pronti all’uso con una piccola spartana copertura, un pezzo di cerata trattenuto da uno spago. In altre foto del dopo esplosione se ne vedono alcuni con ancora il proietto inserito, indicazione della relativa affidabilità dell’arma, forse dovuta all’instabilità dell’accenditore elettrico.
IL LANCIABOMBE GUSMAN
Dalla Milit Model ecco un piccolo complemento per le scenette della prima guerra mondiale: il lancia bombe Gusman. Può essere montato in posizione di sparo ma con le astine ripiegate diventa spalleggiabile come l’originale. Nella confezione troverete un filo di rame per riprodurre il cordino di trasporto.
Il lancia bombe Gusman era un semplice ed economico sistema di sparo costituito da un bossolo di granata da 75mm fissato su un travetto di legno. Sul davanti recava due aste di metallo appuntite per fissarlo al suolo. Lo scoppio dell’accensione avveniva per mezzo di una cartuccia inserita in un foro focone che innescava una carica di polvere nera come in un mortaio medievale insomma. Le cariche di lancio, sacchettini con quantità variabile di polvere nera consentivano una gittata di 100/200 metri. Malgrado la natura rudimentale il gusman era comunque un’ arma temibile. Poteva lanciare infatti diversi tipi di bombe incendiarie, esplosive e a frammentazione del peso anche di due chili, due chili e mezzo. In effetti era in grado di sparare qualunque cose passasse nell’ogiva e sul campo marchingegni simili furono adattati per lanciare anche le bombe a mano.
Colorazione: color legno più o meno usurato su tutta la struttura e metallico ferro scuro su camera di scoppio-bossolo e lamine di fissaggio. Idem per le astine.
UFFICIALE ALPINO PLOTONE GRIGIO
UFFICIALE ALPINO PLOTONE GRIGIO 1905
Le vicende del passaggio all’uniforme in grigio verde, passano nell’esercito Italiano attraverso l’istituzione di un reparto sperimentale con uniformi mimetiche che fossero meno visibili sul campo di battaglia. Si deve l’iniziativa ad un civile, tale Luigi Brioschi presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, ardente sostenitore di uniformi che aiutassero i combattenti a proteggersi dalla migliorate armi da fuoco. Scontrandosi con la miopia degli alti comandi militari Italiani riuscì infine a convincere il Ministero della Guerra ad adottare nuove uniformi mimetiche proponendo di vestire a proprie spese un Intero plotone! Quindi furono gli Alpini il primo reparto Italiano a servirsi di un ‘uniforme che con l’evoluzione avrebbe portato al famoso grigio verde. Siamo nel 1905 e con l’autorizzazione delle autorità militari vennero allestite delle prove di tiro su sagome dipinte col nuovo grigio-terra e altre con il turchino delle uniformi in vigore. Alla distanza di 600 metri le sagome mimetiche venivano colpite solo una volta contro le otto di quelle turchine. Nel 1906 si decise quindi di vestire con la nuova uniforme 40 uomini della 45° compagnia del battaglione Morbegno.
I vari esperimenti condotti durante le grandi manovre erano incoraggianti e vennero quindi equipaggiati gli uomini di una intera compagnia, sempre del battaglione Morbegno ma fin da subito si intuì la necessità di vestire tutto l’esercito con uniformi più mimetiche.
Giacca pantaloni e calzettoni in grigio- terra
Copricapo rigido da ufficiale in grigio terra, fregio e gradi argentati coccarda tricolore. Nappina argento e penna nera quasi verticale.
Riga sulle manopole e sui pantaloni in verde, mostrine verdi.
Fodero per pisola Bodeo e cordellino in marrone cuoio.
Maggiori informazioni su “Alpini” di Guido Rosignoli, Albertelli Editore
MONACA
La novità Milit Model di fine d’anno è questa monaca sovrappeso. Basta con il grigio verde per un pò! Qualcosa di diverso con la possibilità di più di una versione.
Le monache, come le suore e tutte le “sorelle”, infermiere anche laiche sono sempre state compagne devote e invisibili in ogni conflitto o calamità, mute di fronte alla violenza e l’inutilità della guerra hanno condiviso le brutture della vita di trincea e le privazioni dei soldati senza nulla chiedere.
Il soggetto mi è stato ispirato da una foto originale con due monache durante una esercitazione negli anni trenta. Entrambe hanno il respirator box di produzione britannica distribuito nella prima guerra. Quindi il soggetto lo possiamo ambientare dalla prima guerra fino alla fine della seconda.
Il figurino, in scala con gli altri della mia produzione è in resina ed è disponibile in kit di 7 pezzi ma per la prima volta-sperimentale-verrà venduto anche già dipinto in qualità toy ad un prezzo competitivo.
Le lenti della maschera sono state realizzate cave per potervi colare della resina bi-componente. (vedi articolo dedicato in W.I.P.).
ARDITO
E’ credenza comune che il corpo degli Arditi venne creato ad immagine e somiglianza degliSturmtruppen Austroungarici. Questi ultimi attaccavano perlopiù di notte in piccoli gruppi tristemente famosi per l’uso indiscriminato delle mazze ferrate. Nella realtà però le operazioni delle truppe d’assalto Italiane erano ben più articolate, sviluppando offensive su ampie zone del fronte allo scopo di creare delle breccie nelle difese nemiche, attaccando in profondità e preparando la via all’avanzata di massa della fanteria. Si trattava in ogni caso di operazioni quasi sempre molto pericolose dall’alto indice di mortalità, ma per la prima volta ad un soldato Italiano veniva data un’istruzione specifica sia psicologica che fisica. L’Ardito riceveva il miglior equipaggimento possibile e le migliori condizioni di trattamento. La disciplina veniva impartita con minor durezza e le decorazioni venivano distribuite con maggiore facilità, sempre considerando l’alto rischio a cui questi uomini si esponevano.
I guerrieri Spartani dell’antica Grecia venivano allevati fin da piccoli alla dedizione al combattimento, alla guerra e al proprio compagno. Si selezionavano delle coppie di bambini che avrebbero combattuto insieme fino alla morte, guardandosi le spalle l’un l’altro fino alla fine; la resa infatti non era contemplata e come ultimo gesto avrebbero dovuto eventualmente togliersi la vita vicendevolmente. Probabilmente memori di freschi studi classici, i giovani ufficiali degli Arditi inserirono quindi la coppia come unità base anche tra le truppe d’assalto, senza dover arrivare a limiti estremi. Per cui non compagnia, squadra o plotone, la forza degli arditi si basa sulla coppia, incitando la frequentazione anche durante la libera uscita. Quindi uno dei due lancia petardi per disorientare il nemico e l’altro tira fendenti di pugnale a destra e a sinistra.
Il pugnale è l’elemento caratterizzante e insostituibile dell’Ardito, più delle fiamme nere al bavero, e più del fregio col gladio. Ve n’erano di tutte le foggie, sempre taglientissimi e spavaldamente portati al fianco.
I guerrieri Spartani dell’antica Grecia venivano allevati fin da piccoli alla dedizione al combattimento, alla guerra e al proprio compagno. Si selezionavano delle coppie di bambini che avrebbero combattuto insieme fino alla morte, guardandosi le spalle l’un l’altro fino alla fine; la resa infatti non era contemplata e come ultimo gesto avrebbero dovuto eventualmente togliersi la vita vicendevolmente. Probabilmente memori di freschi studi classici, i giovani ufficiali degli Arditi inserirono quindi la coppia come unità base anche tra le truppe d’assalto, senza dover arrivare a limiti estremi. Per cui non compagnia, squadra o plotone, la forza degli arditi si basa sulla coppia, incitando la frequentazione anche durante la libera uscita. Quindi uno dei due lancia petardi per disorientare il nemico e l’altro tira fendenti di pugnale a destra e a sinistra.
Il pugnale è l’elemento caratterizzante e insostituibile dell’Ardito, più delle fiamme nere al bavero, e più del fregio col gladio. Ve n’erano di tutte le foggie, sempre taglientissimi e spavaldamente portati al fianco.
TIRATORE SCELTO
Fin dall’inizio della guerra i cecchini austro-ungarici provocarono alle nostre forze numerose perdite soprattutto tra gli ufficiali, i quali spiccavano anche sulla distanza per via dalle uniformi sartoriali palesemente più curate di quelle degli uomini di truppa e dei gradi appariscenti. Da qui l’adozione da parte degli ufficiali di gradi più piccoli e di uniformi meno visibili. Ricordiamo che il berretto da Generale per esempio aveva una vistosa fascia rossa con righine dorate e una grande aquila sul davanti, un bersaglio perfetto. Un cecchino nemico intervistato alla fine della guerra sosteneva che dal suo cannocchiale montato sul fucile continuava a distinguere gli ufficiali tra la truppa per come si muovevano e gesticolavano.
Con queste preoccupazioni gli alti comandi decisero quindi di selezionare anche tra le nostre fila soldati con le medesime qualità dei cecchini nemici. Il fucile in uso era sempre il vecchio ‘91, scelto tra i migliori con l’aggiunta di un cannocchiale di produzione nazionale. Ve n’erano di diversi modelli perlopiù montati sul lato sinistro del fucile per permettere le operazioni dell’otturatore.
Fregio di specialità di queste unità di tiratori scelti erano due fucilini incrociati. Ma anche un solo fucilino ricamato (vedi bersagliere). Probabilmente i due fregi convissero ma si sappia che sui fucili selezionati per tiratori scelti ( le armi più belle le migliori) anche durante la seconda guerra mondilale, venivano incisi appunto due fucilini incrociati.
L’elmetto è del tipo con telino. Ho visto alcune foto che ritraggono soldati con fazzoletti e stracci sull’elmetto per evitare riflessi e mi sembrava indicato per uno specialista che deve approfittare della mimetizzazione massima.
Privato del cannocchiale sul fucile, il modello può essere un fante qualsiasi o con l’aggiunta del piumetto un bersagliere. La mantellina, diffusissima era in dotazione a tutte le unità. La testa, staccata e l’elmetto cavo permettono infinite posizioni che aggiungono carattere al modello: dinoccolato, attento, serio, sbragato. Qui diseguito alcuni esempi.
Con queste preoccupazioni gli alti comandi decisero quindi di selezionare anche tra le nostre fila soldati con le medesime qualità dei cecchini nemici. Il fucile in uso era sempre il vecchio ‘91, scelto tra i migliori con l’aggiunta di un cannocchiale di produzione nazionale. Ve n’erano di diversi modelli perlopiù montati sul lato sinistro del fucile per permettere le operazioni dell’otturatore.
Fregio di specialità di queste unità di tiratori scelti erano due fucilini incrociati. Ma anche un solo fucilino ricamato (vedi bersagliere). Probabilmente i due fregi convissero ma si sappia che sui fucili selezionati per tiratori scelti ( le armi più belle le migliori) anche durante la seconda guerra mondilale, venivano incisi appunto due fucilini incrociati.
L’elmetto è del tipo con telino. Ho visto alcune foto che ritraggono soldati con fazzoletti e stracci sull’elmetto per evitare riflessi e mi sembrava indicato per uno specialista che deve approfittare della mimetizzazione massima.
Privato del cannocchiale sul fucile, il modello può essere un fante qualsiasi o con l’aggiunta del piumetto un bersagliere. La mantellina, diffusissima era in dotazione a tutte le unità. La testa, staccata e l’elmetto cavo permettono infinite posizioni che aggiungono carattere al modello: dinoccolato, attento, serio, sbragato. Qui diseguito alcuni esempi.
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